Il Nepal è stato recentemente teatro di una catastrofe idrogeologica senza precedenti, un'alluvione che ha causato un bilancio tragico di vittime e dispersi. Le prime indagini indicano che l'evento non è stato scatenato da un terremoto, come inizialmente ipotizzato, ma dal distacco di una massiccia porzione di ghiacciaio. Questa valanga di ghiaccio e roccia ha generato un'onda d'acqua, fango e detriti che ha travolto intere valli, distruggendo infrastrutture e lasciando dietro di sé una scia di desolazione. La ricostruzione delle dinamiche e la gestione dell'emergenza rappresentano una sfida immane per le autorità locali e per la comunità internazionale.
Dettagli sulla catastrofe e i soccorsi in Nepal
Il 26 agosto 2026, una catastrofica alluvione ha colpito il distretto di Rasuwa, nel Nepal settentrionale, estendendosi poi lungo i sistemi fluviali del Bhote Koshi, del Trishuli e del Narayani. Il National Emergency Operation Centre, afferente al Ministero dell'Interno nepalese, ha confermato il recupero di 165 corpi, mentre 826 persone risultano ancora disperse o irraggiungibili. Tra i dispersi, spiccano 579 viaggiatori, di cui 466 stranieri e 113 nepalesi, oltre a 85 membri delle forze di sicurezza. Molti di loro erano in viaggio per trekking, turismo o pellegrinaggi verso il Tibet e la regione del Kailash-Mansarovar. Le operazioni di ricerca e soccorso, riprese con l'alba del giovedì, impiegano elicotteri dell'esercito e squadre a terra, che scandagliano una vasta area di decine di chilometri a valle. Corpi sono stati ritrovati non solo nel Rasuwa, ma anche nei distretti di Nuwakot, Dhading, Chitwan, Gorkha, Tanahun e Nawalparasi. Finora, almeno 104 persone sono state tratte in salvo. L'evento, lungi dall'essere stato causato da un terremoto di magnitudo 4.4, è stato ricondotto, grazie all'analisi dello United States Geological Survey (USGS) e alle immagini satellitari, al gigantesco crollo di una massa glaciale nella valle del Lhende, a circa 20 chilometri a nord-est del valico di Rasuwagadhi. Questo crollo ha inizialmente bloccato il corso d'acqua, formando un lago temporaneo, il cui improvviso cedimento ha poi liberato un'ondata devastante. La National Disaster Risk Reduction and Management Authority nepalese sta tuttora indagando se anche la rottura di un preesistente lago glaciale possa aver contribuito alla violenza della piena. Un rapporto tecnico del Flood Forecasting Division ha descritto il percorso dell'onda di piena dal Tibet a Devghat, stimando che circa 20 milioni di metri cubi d'acqua aggiuntiva siano transitati attraverso Devghat. La furia delle acque ha distrutto intere località come Timure, Syabrubesi e Rasuwagadhi, spazzando via case, mercati, ponti e infrastrutture vitali. La principale via commerciale tra Nepal e Cina, un tratto di 42 chilometri della strada tra Betrawati e il confine di Rasuwagadhi, è stata gravemente compromessa. Il settore energetico ha subito danni ingenti, con la Nepal Electricity Authority che ha segnalato interruzioni a sei importanti impianti idroelettrici, tra cui Rasuwagadhi, Chilime e Trishuli, causando diffusi blackout.
Questa tragedia ci rammenta con forza l'estrema vulnerabilità delle regioni montane di fronte ai cambiamenti climatici e ai fenomeni naturali estremi. L'episodio del crollo glaciale, che ha scatenato un'alluvione di proporzioni così devastanti, sottolinea l'urgente necessità di migliorare i sistemi di monitoraggio e allerta precoce in aree ad alto rischio. È imperativo intensificare la ricerca scientifica sui ghiacciai himalayani e sulle loro dinamiche, così come rafforzare le infrastrutture locali per resistere a eventi futuri. La solidarietà internazionale e la cooperazione sono essenziali non solo per i soccorsi immediati, ma anche per sostenere il Nepal nel lungo e difficile percorso della ricostruzione e nella prevenzione di simili disastri. La vita umana e l'equilibrio ecologico di queste terre preziose dipendono dalle azioni che intraprendiamo oggi.